Tardi ti ho amato,
bellezza così antica e così nuova,
tardi ti ho amato.
Tu eri dentro di me, e io fuori.
E là ti cercavo.
Deforme, mi gettavo
sulle belle forme delle tue creature.
Tu eri con me, ma io non ero con te.
Mi tenevano lontano da te
quelle creature che non esisterebbero
se non esistessero in te.
Mi hai chiamato,
e il tuo grido ha squarciato la mia sordità.
Hai mandato un baleno,
e il tuo splendore
ha dissipato la mia cecità.
Hai effuso il tuo profumo;
l'ho aspirato e ora anelo a te.
Ti ho gustato,
e ora ho fame e sete di te.
Mi hai toccato,
e ora ardo dal desiderio della tua pace.
(S. Agostino, Confessioni 10.27.38)
lunedì 20 febbraio 2012
venerdì 10 febbraio 2012
Ildefonso Schuster: un pastore che si è formato alla scuola di san Benedetto
D. Luigi Crippa osb*
Tutti coloro che hanno potuto conoscere, sia pure da lontano e occasionalmente, il Card. Ildefonso Schuster, sono concordi nell’attestare che la
fisionomia monastica-benedettina costituisce la caratteristica fondamentale
della sua personalità. “Il Card. Schuster portò sempre e prevalentemente lo
spirito di monaco” sostiene il Card. Roncalli. Nella sua ben ponderata deposizione, il Card. Siri afferma con efficacia: “Quello è un uomo che vive sempre in monastero”. Gli fa eco S.E. Gremigni, vescovo di Novara: “Quest'uomo
è rimasto monaco a Milano come lo fu a S. Paolo, a Roma”. Ed il notissimo
docente e cofondatore della Cattolica, Mons. Francesco Olgiati, rileva: “Per me
il Servo di Dio è un Cardinale benedettino e sottolineerei quest’ultima parola”.
L’unanimità di giudizio su questo aspetto primario della personalità del
nostro Beato è estremamente importante anche perché ci offre la chiave di lettura appropriata per comprendere rettamente sia la straordinaria ed avvincente
vita di unione pressoché continua con Dio e sia la sua pluriforme, immane,
eroica attività pastorale.
Noi, ora, non dobbiamo qui illustrare questi due aspetti qualificanti la
santità del Card. Schuster, ma solo richiamare che essi sono il frutto di una
fedeltà sempre più perfetta e totale alle esigenze della sua professione di monaco benedettino e che si riassumono poi, come insegna S. Benedetto alla scuola
del Vangelo, nella pratica costante, convinta e senza riserve del duplice precetto dell'unica carità soprannaturale. Dunque amore di Dio e insieme amore del
prossimo (cf RB 4,1).
* Già Abate dell’Abbazia S. Maria del Monte in Cesena e Assistente religioso della Federazione italiana dei
Monasteri delle monache Benedettine dell’Adorazione perpetua del SS. Sacramento. Pubblichiamo il secondo dei 4 contributi dedicati a Schuster nel XV anniversario della sua beatificazione
Avvicinandosi al termine della sua vita, il Card. Schuster potrà, al riguardo, forte anche della sua personale e profonda esperienza spirituale, mettere in
guardia dal pericolo di dare soverchio peso a leggi e osservanze, pur necessarie
ma sempre subordinatamente alla legge suprema della carità evangelica. “È
Cristiano, è Santo, chi ama Dio, ed il prossimo come se stesso, con tutto il
cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. Lo ricorda esplicitamente san
Benedetto all’inizio del suo Sintagma di perfezione. Il resto è glossa”.
Ma “l’officina” in cui lo Schuster imparò ad essere monaco benedettino
e dunque a crescere e nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo è l'ambito
del monastero cassinese di S. Paolo in Roma dove, com’è noto, entrò nel 1891
undicenne ed uscì nel 1929 con la sua nomina a card. Arcivescovo di Milano.
Nei trentotto anni della sua permanenza nella famiglia monastica paolina, sono
da considerarsi decisivi quelli dal 1895 al 1904. È in quel decennio infatti che
si forma, sostanzialmente, quella straordinaria personalità monastica-benedettina che esploderà poi in tutta la sua ricchezza e bellezza nei venticinque anni
di episcopato milanese. Certo, a formare quel “benedettino pienamente riuscito” che è il beato Ildefonso Schuster, hanno concorso, con la grazia di Dio,
molti fattori e molte persone. Ma tra queste ultime, due hanno avuto un ruolo
e un influsso determinanti: D. Placido Riccardi (1844-1915; beatificato nel
1954) e l'abate Bonifacio Oslaender (1936-1904).
Dalla vita di d. Placido - conosciuto per la prima volta a Farfa nell'agosto del 1895 - il giovane Schuster apprenderà soprattutto come si fa in concreto ad amare Dio con tutto il cuore, l’anima e le forze. La giornata di d. Placido
è un intreccio mirabile di preghiera e penitenza. Poiché ama Dio con tutto se
stesso, d. Placido gli riserva ore ed ore di ascolto e di colloquio.
Pregava di giorno e pregava di notte; pregava in chiesa e in cella; pregava dappertutto e sempre. E pregava bene. Le testimonianze di chi l’ha conosciuto sono concordi su questo punto. A. Schuster, giovinetto di quindici anni
ma già preso dal problema di Dio e del suo amore, si lascia totalmente conquistare dall’esempio umile e forte di quel suo confratello che proprio perché
ama Dio con tutto se stesso è divenuto soprattutto un orante. Così si darà ad
imitarlo con decisione e costanza. A tal punto che la preghiera diverrà, anche
nella vita di Schuster, la caratteristica più eminente ed attraente. Quanti milanesi accorreranno in Duomo, alla Messa capitolare della domenica cui di norma
assisteva l'Arcivescovo, per ammirarlo nell’atto sublime del colloquio con
Dio! Con la preghiera la penitenza. È ben nota l'austerità della sua tavola, del
suo guardaroba, della sua abitazione, così come le varie forme di penitenza corporale in particolare i digiuni e l’uso del cilizio. Ebbene, anche in questo, il
modello - spesso “copiato” alla lettera - è il suo d. Placido. La biografia che lo
Schuster ha scritto ne è la prova migliore.
Dall'abate Oslaender, stimato sempre dallo Schuster come il suo maestro
per eccellenza di vita monastica-benedettina, imparerà soprattutto cosa significa e cosa comporta amare i fratelli con amore casto cioè soprannaturale e disinteressato. La puntualità, la signorilità del tratto, del portamento e della parola, l’umiltà e mitezza nei rapporti vicendevoli, il senso del servizio generoso
fino al perdono eroico, tutte forme concrete e alte di carità fraterna che lo
Schuster imparerà dalla vita e dal paterno magistero dell’abate Bonifacio e che
eserciterà, con crescente perfezione, sotto la sua amabile e sicura guida.
Potremmo dire, in breve, che l’abate Oslaender ha aiutato il giovane cenobita
D. Ildefonso a fare esperienza del mistero della vita comune e quindi della
Chiesa, Corpo mistico di Cristo. Questa esperienza, lo sappiamo, caratterizzerà
l’episcopato del Card. Schuster e la sua stessa santità che conoscerà pure le
vette della mistica. Come lascia intuire questa sua confidenza ad un amico fidato. “Quale privilegio - dirà a D. Calabria - è quello di soffrire per la Chiesa!
Dio lo concede solo ai suoi più intimi amici”. Tra i quali va annoverato il nostro beato. “Ringrazio Dio che mi ha concesso il gran dono di soffrire per Lui
e per la Chiesa”.
LETTURA
IL CARD. SCHUSTER RICORDA IL SUO MIGLIOR MAESTRO: D. BONIFACIO OSLAENDER
1. “Quando nella primavera del 1904 celebrai le mie primizie sacerdotali,
ricevei in dono dal mio abbate un bel Crocifisso di madreperla, di quelli che
vengono dalla Terra Santa. Siccome temevo di attaccarvi il cuore, dopo
qualche giorno glielo riportai, insieme con altri piccoli doni ricevuti per quella circostanza.
Quel distacco mi costò alquanto; ma io ringrazio il Signore d'avermi dato
per maestro di vita monastica un'anima forte e mite della tempra dell'abate don
Bonifacio Oslaender. Il suo primo discepolo era stato il Servo di Dio don
Placido Riccardi. Il frutto raccomanda l'albero”.
(S.BENEDICTI ABB.ROM., Regula Monasteriorum.Testo, introduzione, commento e note del Card.A.Ildefonso Schuster Arcivescovo di Milano, Pia Società
S.Paolo 1945, pp. 323-324).
2. “Il miglior maestro dei novizi che io abbia conosciuto nei miei anni
giovanili, è stato don Bonifacio Oslaender, divenuto poi abbate di San Paolo.
Ma anche in questo altissimo ufficio, egli rimase sempre l'antico maestro dei
novizi, ed io gli debbo per questo una grande gratitudine.
Quando era ancora maestro di noviziato del Servo di Dio Don Placido
Riccardi, per umiliare questo e per confondere contemporaneamente la boria
giovanile d’un altro bravo novizio dal bollente sangue abruzzese ‘forte e gentile’, Don Bonifacio aveva ordinato che il Riccardi ogni giorno, dopo la
refezione meridiana, facesse le sue esercitazioni d'organo. All'ufficio di tiramantici il maestro destinò proprio Don Giovanni Del Papa, quel medesimo che
poi succedé a Don Bonifacio sulla Cattedra Abbaziale di san Paolo.
Moltissimi anni dopo, lo stesso D. Giovanni mi descriveva che cosa mai
costasse ogni giorno a lui ‘abruzzese’ quell'insignificante mestiere di tiramantici, mentre il Servo di Dio Placido Riccardi sentivasi a sua volta in estremo
imbarazzo per l'incomodo quotidiano che egli suo malgrado, doveva arrecare
all’amico ed al compagno.
Con questo sistema Don Bonifacio, per dirla con san Filippo Neri, soleva ‘mortificare la razionale’ e formava i caratteri.
Era tanta la stima che l'abbate Pescetelli di san Paolo nutriva per lui, che
nei primi anni della fondazione di Beuron, essendosi delineate delle divergenze di vedute tra i due fratelli Mauro e Placido Wolter, l'abbate aveva già
divisato di richiamare a san Paolo uno dei due, sostituendolo poi a Beuron per
mezzo di Don Bonifacio.
Ho avuto questo particolare dal medesimo abbate Don Bonifacio
Oslaender”.
(Regula Monasteriorum, cit., pp. 350-351)
3. “Un giorno, l'abbate Bonifacio Oslaender a S. Paolo di Roma così terminò una sua conferenza capitolare: ‘Anche i monaci possono cadere nell'inferno, e quei che vi cadono, generalmente vi vanno per l'infrazione del voto di
santa povertà’. Io allora ero ragazzo; ma dopo quasi sessant'anni, ancora mi
ricordo dell'effetto di quelle parole”.
(Un pensiero quotidiano sulla Regola di S.Benedetto, Tipografia S.Benedetto,
Viboldone (MI) 1951, v.2, p. 67).
4. “Un anno, la vigilia della Conversione di S.Paolo, pregai l'Abbate
Bonifacio, già Maestro del Ven. Placido Riccardi, a permettere che si comunicasse all'Osservatore Romano l'orario delle funzioni del giorno seguente.
Mi rifiutò il permesso e mi disse: ‘ Figlio mio, i nostri Padri hanno sempre amato il nascondimento ed il silenzio, senza correre dietro alla pubblicità,
come si usa fare ora. Stiamocene con Dio, noi monaci!’ ”.
(Un pensiero quotidiano, cit., vol. 2, p. 268).
5. “Mi faceva rilevare, quando io ero giovane, l'abbate Bonifacio, che
30santi ce ne sono facilmente dovunque. San Giuseppe da Copertino nei suoi ratti
giunse ai più alti gradi di vita mistica, tra confratelli che sfioravano appena il
pavimento del convento”.
6. “Rammento ancora la lezione che mi diede un giorno l'abbate
Bonifacio di san Paolo, quando io ero appena chierico.
Dovevamo accompagnarlo dall'appartamento in Chiesa, per l’ora di adorazione durante le SS. Quarantore.
Alle sedici in punto io ero sulle soglie delle stanze abbaziali, dove egli
già parato ci attendeva. Appena arrivati, mi disse:
‘Voi giungete all'ora degli impiccati, che arrivano sempre all'ultimo
momento!’.
Non per nulla san Benedetto scriveva: ‘tali sollicito fratri iniungat hanc
curam’. Chi è sollecito ha il fuoco sotto le scarpe”.
(Un pensiero quotidiano, cit., vol. 4, pp. 241-242).
7. “La diversità delle età, dei caratteri, dell'educazione, del grado di virtù
spiegano sufficientemente come, anche nella vita di comunità, la pazienza
possa raccogliere ogni giorno insieme con Rut Moabita molte elette spighe di
virtù. Che fare in tali casi? Quello che un giorno ci predicava nel Capitolo l’abbate don Bonifacio Oslaender, il maestro del Servo di Dio don Placido
Riccardi.
Nelle inevitabili piccole contese, quegli ha ragione che per primo dimanda scusa al fratello e restaura la fraterna pace. San Benedetto è assai esigente
su questo argomento. Egli lo ha già avvertito sin dal Prologo della Regola: procederà paululum restrictius...propter emendationem vitiorum, vel conservationem caritatis.
Giunge finalmente il momento opportuno per dimostrarlo. Ragione o
torto non appena l'inferiore comprende che l'animo del suo maggiore è alquanto commosso a suo riguardo, per fare pace non attenda neppure che giunga il
momento della Messa in cui il diacono dirà: offerte vobis pacem. Prostrato in
terra, l'umile monaco offrirà subito soddisfazione al superiore, né si leverà di
lì, sin tanto che l'altro con la sua benedizione non verserà il balsamo della cristiana carità su quella leggiera escoriazione del cuore. Chi si ostinerà a non
farlo, con ciò stesso indica che il monastero non è il luogo per lui. Se si ostina
nel rancore, perderà facilmente la grazia della vocazione, ed allora se non se ne
va da sè, bisognerà mandarlo via. Così c’insegnava l’abbate Bonifacio”.
(S. BENEDICTI ABB. ROM., Regula Monasteriorum, cit., pp. 428-429).
SANTA SCOLASTICA 480-543 ca
Estratto da "Monachesimo benedettino femminile" a cura di Anna Maria Cànopi
- edito dall'Abbazia San Benedetto - Seregno (MI)
«Poté di più colei che amò di più»
Dialoghi, 11, 33
La sua sorella di nome Scolastica, consacrata al Signore onnipotente fin dalla più tenera età, soleva fargli visita una volta all'anno. L'uomo di Dio scendeva ad incontrarla in una dipendenza del monastero, non molto lontano dalla porta. Un giorno, dunque, come di consueto ella venne, e il suo venerabile fratello, accompagnato da alcuni discepoli, scese da lei. Trascorsero l'intera giornata nella lode divina e in colloqui spirituali, e quando ormai stava per calare l'oscurità della notte, presero cibo insieme. Sedevano ancora a mensa conversando di cose sante, e ormai s'era fatto tardi, quando la monaca sua sorella lo supplicò dicendo: «Ti prego, non lasciarmi questa notte; rimaniamo fino al mattino a parlare delle gioie della vita celeste». Ma egli le rispose: «Che dici mai, sorella? Non posso assolutamente trattenermi fuori dal monastero».
Il cielo era di uno splendido sereno: non vi si scorgeva neppure una nuvola.
Udito il rifiuto del fratello, la monaca pose sulla mensa le mani intrecciando le dita e reclinò il capo su di esse per invocare il Signore onnipotente. Quando rialzò la testa, si scatenarono tuoni e lampi cosi violenti e vi fu un tale scroscio di pioggia, che né il venerabile Benedetto, né i fratelli che erano con lui poterono metter piede fuori della casa in cui si trovavano. La vergine consacrata, reclinando il capo sulle mani, aveva sparso sulla mensa un tale fiume di lacrime da volgere in pioggia, con esse, il sereno del cielo. E la pioggia torrenziale non seguì di qualche tempo la sua preghiera, ma fu ad essa simultanea, a tal punto che mentre ancora la donna alzava il capo dalla tavola, già scoppiava il tuono; tutto avvenne nel medesimo istante; col sollevare del capo la pioggia incominciò a scrosciare.
L'uomo di Dio, vedendo che in mezzo a tali lampi, tuoni e tanta inondazione d'acqua non poteva affatto ritornare al monastero, cominciò a rammaricarsene e, rattristato, le disse:
«Dio onnipotente ti perdoni, sorella. Che hai fatto?». Ma ella rispose: «Vedi, io ti ho pregato, e tu non hai voluto ascoltarmi. Ho pregato il mio Signore, ed egli mi ha esaudita. Ora esci, se puoi; lasciami pure e torna al monastero».
Ma egli, non potendo uscire dal coperto, fu costretto a rimanere suo malgrado là dove non aveva voluto fermarsi di sua spontanea volontà.
Passarono cosi tutta la notte vegliando e saziandosi reciprocamente di sante conversazioni concernenti la vita dello spirito.
Per questo ti avevo detto che vi fu qualcosa che l'uomo di Dio, pur volendolo, non poté ottenere. Se infatti consideriamo la sua intenzione, appare in tutta evidenza il suo desiderio che il cielo si mantenesse sereno come quando era sceso dal suo monastero. Ma contrariamente a quanto desiderava, egli si trovò davanti a un miracolo operato per la potenza di Dio dal cuore ardente di una donna. E non c'è da meravigliarsi se in quell'occasione poté di più la sorella, che desiderava trattenersi più a lungo con lui. Secondo la parola di Giovanni, infatti, Dio è amore; per giustissimo giudizio, dunque, poté di più colei che amò di più (SAN GREGORIO MAGNO, Dialoghi, libro II, c. 33).
Il volto di santa Scolastica è per sempre scolpito da queste ultime parole del racconto di san Gregorio Magno: «... quia enim juxta Johannis vocem, Deus caritas est, justo valde judicio illa plus potuit, quae amplius amavit». Poté di più, presso Dio, colei che amò di più. Amore e preghiera e desiderio del Cielo costituiscono il fascino spirituale di questa donna che, secondo la tradizione, fu sorella gemella del grande patriarca dei monaci d'Occidente, Benedetto da Norcia.
«Consacrata a Dio onnipotente fin dall'infanzia», la troviamo - al tramonto della sua santa esistenza - in un monastero di sanctimoniales nelle vicinanze di Montecassino, all'ombra, quindi, del grande fratello di cui certamente osservano la Regola.
Null'altro sappiamo al di fuori di questo e di quanto san Gregorio Magno dice nel capitolo 34° del secondo libro dei Dialoghi, cioè che dopo tre giorni da quel prolungato incontro (c. 33), san Benedetto, stando alla finestra della sua cella, vide l'anima della sorella Scolastica, in forma di colomba, penetrare nelle altezze dei cieli.
L'esordio della vita e della vocazione di Scolastica lo si può, quindi, rintracciare seguendo le orme del fratello. Se veramente furono gemelli anche per nascita naturale, quale sarà stato il loro crescere insieme nell'ambito della famiglia, in quella cittadina umbra, dolcemente adagiata nel verde e tutta pervasa di religioso senso della vita?
Nata verso il 480, Scolastica è - come il fratello - fin dalla fanciullezza attratta verso la vita interamente consacrata a Dio. E' probabile che la risoluta partenza di Benedetto l'abbia spinta a seguirlo in una forma di vita consona alla sua indole e al suo ideale cristiano. Perciò l'indistruttibile legame di sangue esistente tra lei e Benedetto divenne ancor più forte e definitivo nella comune vocazione che li rendeva uno in Cristo per l'eternità.
La nativa Norcia, dunque, la famiglia satura di fede e aperta ai progetti di Dio plasmarono l'animo di Scolastica, preparandola a quell'austera e insieme serena vita monastica che san Benedetto propone con la sua Regola ai più generosi seguaci di Cristo.
Per questo non ci sembra arbitrario fare in certo modo una rilettura della «santa Regola» attraverso la figura stessa di santa Scolastica quale traspare dall'unico episodio - unico, ma assai emblematico! - che della sua vita ci è rimasto.
Notiamo anzitutto la «consuetudine» dei due fratelli di vedersi una volta all'anno. Forse - e ci piace pensarlo - nel tempo pasquale per la gioia di incontrarsi nella luce del Signore risorto.
In quest'ultimo incontro, la sorella è quanto mai avida di stare con il fratello per parlare delle gioie del cielo; ma deve premere su Benedetto ligio alla norma che prevedeva il rientro in monastero prima di sera. Scolastica compie un prodigio in forza dell'intensità del suo amore e della sua preghiera. E' un miracolo che si iscrive sotto il segno della gratuità, quasi come quello ottenuto da Maria alle nozze di Cana, per prolungare la gioia conviviale.
San Benedetto nella Regola per i monaci dà il primato alla ricerca di Dio - Si revera Deum quaerit...(Se veramente cercano Dio) (RB 5 8, 7), all'amore di Cristo - Nihil amori Christi praeponere(Nulla anteporre all'amore di Cristo) (RB 4, 2 1), e conseguentemente alla preghiera - Nihil Operi Dei praeponatur (Niente venga anteposto all'Opera di Dio) (RB 43, 3). Scolastica realizza pienamente la sua vita in questo senso. Giunta ormai in vista della meta, altro non desidera che Dio, la comunione con lui nella luce del suo Regno. E' di questo che desidera ardentemente parlare con il santo fratello supplicandolo: «Ti prego... rimaniamo fino al mattino a parlare delle gioie della vita celeste».
Non stava forse anche scritto nella Regola: «Desiderare con tutto l'ardore dell'animo la vita eterna»? (RB 4, 46). Il forte affiato escatologico che caratterizza la spiritualità della Regola benedettina raggiunge in questa santa monaca la massima intensità. Traspare inoltre da questo unico episodio la consuetudine che Scolastica aveva alle sante veglie di meditazione e di preghiera. Proprio la preghiera, sgorgante da un cuore puro e ardente, è la forza con la quale la sorella vince.. la sfida con il fratello, più attento all'austera disciplina. Ma anche questa, anche la preghiera di Scolastica è la realizzazione splendida e fedele di quanto Benedetto ha proposto nella sua Regola: «... non dobbiamo forse elevare con tutta umiltà e sincera devozione la nostra supplica a Dio, Signore dell'universo? E rendiamoci ben consapevoli che non saremo esauditi per le nostre molte parole, ma per la purezza del nostro cuore e la compunzione fino alle lacrime» (RB 20, 2-3). Con l'intensità della sua supplica e l'abbondanza delle sue lacrime, Scolastica ottiene dal Signore dell'universo un repentino mutamento di atmosfera. La pioggia scrosciante impedisce a Benedetto di ripartire e dona a Scolastica la gioia di rimanere più a lungo con lui per pregustare, nella contemplazione, le gioie del cielo.
Per essere pervenuta a tale intensità di vita interiore e di preghiera da poter essere esaudita dal Signore all'istante e oltre misura, la santa sorella del patriarca dei monaci aveva certamente compiuto un generoso e alacre cammino di fede, di umiltà, di povertà, di obbedienza, di carità, di essenzialità e di unificazione interiore. Aveva vissuto fedelmente la vocazione monastica secondo le direttive della Regola di Benedetto e «per ducatum evangelii» si era lasciata condurre là dove l'unica legge è quella dello Spirito che è amore e libertà.
Colpisce, nel racconto dei Dialoghi, la personalità di Scolastica. E' veramente donna, con tutte le caratteristiche della femminilità: dolcezza e affettività, costanza e persino audacia nell'intento di ottenere quanto desidera; ma presenta anche una vena di simpatica ilarità, quando dal fiume di lacrime passa al radioso sorriso per il miracolo avvenuto: «Vedi - risponde al fratello rammaricato per il temporale - io ti ho pregato e tu non hai voluto ascoltarmi. Ho pregato il mio Signore, ed egli mi ha esaudita. Ora esci, se puoi; lasciami pure e torna al monastero». E' una rivincita che non dispiace certamente a Benedetto, poiché proprio lui le aveva insegnato a rivolgersi - nelle difficoltà - a Colui cui tutto è possibile (cfr. Prologo 4, 4 1; RB 68, 5). Per coloro che servono il Signore con totale dedizione si realizza la promessa: «I miei occhi saranno su di voi, le mie orecchie si faranno attente al vostro grido, e ancor prima che mi invochiate, dirò: Eccomi!» (Prol. 18). Dio obbedisce prontamente a coloro che gli hanno totalmente sottomessa la loro propria volontà.
Scolastica ha consumato la sua esistenza in assoluta fedeltà alla vocazione che le era sbocciata nel cuore fin dall'infanzia; ora, giunta alla piena maturità, dimostra di avere conservato la stessa fede semplice e sicura in un animo fresco come polla d'acqua sorgiva.
In lei si incarna splendidamente la tensione escatologica che percorre tutta la Regola benedettina. Dire Scolastica è immergere lo sguardo nelle azzurre «misteriose profondità del cielo» dove la sua anima, sotto la candida sembianza della colomba, è penetrata, attratta dalla forza dell'Eterno Amore. Così la poté contemplare - con quali occhi? - il santo padre Benedetto mentre pregava affacciato alla finestra della sua cella, specola del cielo. L'itinerario tracciato dalla Regola si era concluso per Scolastica con il «miracolo» segno della «perfetta carità» raggiunta. Carità verso Dio ardentemente desiderato, e carità verso i fratelli teneramente amati (cfr. RB 72). La preghiera - subito esaudita dal Signore - appare come il puro ed efficace linguaggio dell'Amore.
Non è forse questo il messaggio essenziale che ci viene, ancora oggi, dalla santa sorella del patriarca dei monaci d'Occidente? Perché rammaricarci di non avere di lei altre notizie per poterne scrivere una biografia? Tutto quello che ella visse prima della «santa notte» del fraterno colloquio e dell'ora del suo altissimo «volo» non poteva che essere cammino decisamente orientato alla meta, così come tutto il lavoro della radice, dello stelo e delle foglie è ordinato allo sbocciare del fiore.
Scolastica, la prima monaca benedettina, è una docilissima «scolara» alla scuola del divino servizio nella quale apprende la sapienza del cuore a tal punto da... vincere il Maestro ed arrivare prima là dove insieme, correndo, erano diretti.
San Gregorio riferisce che Benedetto volle deporre il corpo della sorella «nel sepolcro che aveva preparato per sé» sulla santa montagna di Cassino. «E così, essendo sempre stati un solo spirito in Dio, neppure i loro corpi furono separati nella sepoltura» (Dialoghi, II, 34). La comunione dei Santi inizia sulla terra, nel tempo, e si compie in cielo, nell'eternità.
Chi sale oggi - dopo quindici secoli di storia -, alla maestosa abbazia di Montecassino, non può non essere preso da un fremito di commozione nel trovarsi davanti alla tomba dei Santi fratelli che stanno all'origine di una numerosa stirpe di cercatori di Dio.
(voce di A. Lentini, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma 1968, col. 742-749; B. Fiore, Santa Scolastica, Montecassino 1981).
sabato 28 gennaio 2012
La Preghiera del cuore
nella tradizione della Chiesa
La formula
La preghiera di Gesù si dice in questo modo: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio abbi pietà di me, peccatore. In origine, la si diceva senza la parola peccatore; questa è stata aggiunta più tardi alle altre parole della preghiera. Tale parola esprime la coscienza e la confessione del nostro stato di peccato
Istituita da Cristo
Dopo l'ultima cena, il Signore Gesù Cristo diede ai suoi discepoli dei comandamenti e dei precetti sublimi e definitivi; fra questi, la preghiera nel suo Nome. Egli ha presentato questo tipo di preghiera come un dono nuovo e straordinario, d'inestimabile valore. Gli apostoli conoscevano già in parte la potenza del Nome di Gesù: per suo mezzo guarivano le malattie incurabili, sottomettevano i demoni, li dominavano, li legavano e li cacciavano. E' questo Nome potente e meraviglioso che il Signore comanda di utilizzare nelle preghiere, promettendo che agirà con particolare efficacia. "Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio Nome", dice ai suoi apostoli, "la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio Nome, io la farò" (Gv 14,13-14). "In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio Nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio Nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena" (Gv 16,23-24).
La pratica degli apostoli
Nei Vangeli, negli Atti e nelle Lettere noi vediamo la fiducia senza limiti che gli apostoli avevano nel Nome del Signore Gesù e la loro infinita venerazione nei suoi confronti. E' per suo mezzo che essi compivano i segni più straordinari. Certamente non troviamo nessun esempio che ci dica in che modo essi pregassero facendo uso del Nome del Signore, ma è certo che lo facevano. E come avrebbero potuto agire diversamente, dal momento che tale preghiera era stata loro consegnata e comandata dal Signore stesso, dal momento che questo comando era stato loro dato e confermato a due riprese? Se la Scrittura tace a questo proposito, è unicamente perché questa preghiera era di uso comune: non v'era dunque nessuna necessità di menzionarla espressamente, dato che era ben nota e che la sua pratica era generale.
Un'antica regola
Che la preghiera di Gesù sia stata largamente conosciuta e praticata risulta chiaramente da una disposizione della chiesa che raccomanda agli analfabeti di sostituire tutte le preghiere scritte con la preghiera di Gesù. L'antichità di tale disposizione non lascia spazio a dubbi. In seguito, essa fu completata per tener conto della comparsa all'interno della chiesa di nuove preghiere scritte. Basilio il Grande ha steso quella regola di preghiera per i suoi fedeli; così, certuni gliene attribuiscono la paternità. Senz'altro, però, essa non è stata né creata né istituita da lui: egli si è limitato a mettere per iscritto la tradizione orale, esattamente come ha fatto per la stesura delle preghiere della liturgia. Quelle preghiere, che esistevano a Cesarea già fin dai tempi apostolici, non erano scritte, ma si trasmettevano in forma orale, allo scopo di proteggere quel grande atto liturgico dai sacrilegi dei pagani.
I primi monaci
La regola di preghiera del monaco consiste essenzialmente nell'assiduità alla preghiera di Gesù. E' sotto questa forma che tale regola viene data, in maniera generale, a tutti i monaci. In questa regola si parla della preghiera di Gesù allo stesso modo in cui si parla della preghiera domenicale, del salmo 50 e del simbolo della fede, cioè come di cose universalmente conosciute e accettate. Quando Antonio il Grande, che visse fra il III e il IV secolo, esorta i discepoli ad esercitarsi con il più grande zelo nella preghiera di Gesù, ne parla come di qualcosa che non ha bisogno del minimo chiarimento. Le spiegazioni relative a questa preghiera apparvero più tardi, a mano a mano che se ne perdeva la conoscenza viva. Così, un insegnamento dettagliato sulla preghiera di Gesù fu dato dai Padri del XIV e XV secolo, allorché la sua pratica prese a scomparire anche fra i monaci.
Testimonianze indirette
Nei documenti dei primi secoli del cristianesimo pervenuti fino a noi, la preghiera nel Nome di Gesù non è trattata a parte, ma solo in connessione con altri temi.
Nella Vita di Ignazio Teoforo, vescovo di Antiochia, che ricevette la corona del martirio a Roma sotto l'imperatore Traiano, leggiamo quanto segue: “Mentre lo si conduceva per essere consegnato alle bestie feroci, egli aveva incessantemente il Nome di Gesù Cristo sulle labbra; allora i pagani gli chiesero per quale motivo pronunciasse continuamente quel Nome. Il santo rispose che aveva il Nome di Gesù Cristo impresso nel cuore e che non faceva altro che confessare con la bocca colui che sempre portava nel cuore." Il santo martire Ignazio fu davvero, sia nel nome che nella vita, un 'Teoforo' (nome che in greco significa 'Portatore di Dio'), perché portava sempre nel cuore il Cristo-Dio, impresso dalla meditazione continua del suo spirito. Ignazio fu discepolo del santo apostolo ed evangelista Giovanni ed ebbe nella sua infanzia il privilegio di vedere il Signore Gesù Cristo.
La chiesa primitiva
Non v'è dubbio che l'evangelista Giovanni insegnò la preghiera di Gesù a Ignazio e che questi, in quel periodo fiorente del cristianesimo, la praticava al pari di tutti gli altri cristiani. In quel tempo tutti i cristiani imparavano a praticare la preghiera di Gesù: anzitutto per la grande importanza di questa preghiera, quindi per la rarità e il costo elevato dei libri sacri ricopiati a mano e per il numero ridotto di quanti sapevano leggere e scrivere (gran parte degli apostoli erano analfabeti), infine perché questa preghiera è di facile uso.
Declino progressivo
Uno scrittore del V secolo, Esichio di Gerusalemme, si lamenta già che la pratica di questa preghiera è andata fortemente in declino fra i monaci. Col tempo, tale declino si accentuerà ulteriormente; così, i santi Padri con i loro scritti si sforzarono di incoraggiare questa pratica. L'ultimo in ordine di tempo a scrivere su questa preghiera fu il beato staretzSerafim di Sarov. Lo staretz non redasse lui stesso le Istruzioni, che apparvero sotto il suo nome, ma esse furono messe per iscritto, a partire dal suo insegnamento orale, da uno dei monaci che stavano sotto la sua direzione; esse portano chiaramente il segno di un'ispirazione divina. Ai nostri giorni, la pratica della preghiera di Gesù è quasi abbandonata da coloro che fanno vita monastica.
Il potere del Nome
La forza spirituale della preghiera di Gesù risiede nel Nome del Dio-Uomo, il nostro Signore Gesù Cristo. Benché siano molti i passi della sacra Scrittura che proclamano la grandezza del Nome divino, tuttavia il suo significato fu spiegato con grande chiarezza dall'apostolo Pietro dinanzi al sinedrio che lo interrogava per sapere "con quale potere o in nome di chi" egli avesse procurato la guarigione a un uomo storpio fin dalla nascita. "Allora Pietro, pieno di Spirito santo, disse loro: 'Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo e in qual modo egli abbia ottenuto la salute, la cosa sia nota a voi tutti e a tutto il popolo d'Israele: nel Nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi sano e salvo. Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d'angolo. In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati"' (At 4,7-12) Una tale testimonianza viene dallo Spirito santo: le labbra, la lingua, la voce dell'apostolo non erano che strumenti dello Spirito.
Un altro strumento dello Spirito santo, l'apostolo dei gentili, fa una dichiarazione simile. Egli dice: "Infatti, chiunque invocherà il Nome del Signore sarà salvato" (Rm 10,13). "Gesù Cristo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra" (Fil 2,8-10).
Hanno detto di essa i Monaci che l'hanno praticata
È preghiera pura la "preghiera dell'ardore", fitta di orazioni "veloci e veementi, pure e fervide come carboni di fuoco", un grido potente (Eb 5,7) che sale dal profondo del cuore, congiunto all'umiltà che [procede] dalla potenza della gioia", da cui "l'uomo è umiliato nei suoi pensieri fino agli abissi" (Isacco di Ninive: Sui santi fremiti)
"Un'orazione ardente, nota a pochissimi e da pochissimi sperimentata, ineffabile". Tale esperienza, come a noi è stata trasmessa da quei pochi che, tra gli antichissimi padri sono sopravvissuti, così pure da noi essa non viene proposta, se non a pochissimi, realmente sitibondi di accoglierla. (Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci).
venerdì 27 gennaio 2012
I PADRI DELLA CHIESA
I. NOZIONE.
Il nome di Padri è di origine orientale. Gli antichi popoli d'Oriente, infatti, onoravano con questo appellativo i maestri, considerati come autori della vita intellettuale, originata dal loro insegnamento. In tale senso i discepoli delle scuole profetiche furono denominati filii prophetarum, e il loro maestro fu detto Pater (I Reg. 10, 12; 1 Sam. 40, 35).
Nella Chiesa primitiva, con questo nome vennero designati i vescovi, i quali, appunto perché ministri dei Sacramenti e depositari del patrimonio dottrinale della Chiesa, erano ritenuti generatori di quella vìta in Cristo di cui parla S. Paolo nel testo citato (cf. Martyrium Polycarpi, 12, 2; Acta Cypriani, 3, 3). A partire dal sec. IV, quando i vescovi primitivi incominciarono a essere considerati testimoni autorevoli della tradizione e giudici nelle controversie dogmatiche, si valutò soprattutto l'autorità dottrinale, e il nome di Padri si restrinse agli assertori della fede, che avevano lasciato testimonianza scritta. Ben presto però questo titolo si estese anche ai non vescovi per opera di S. Agostino, il quale citò a testimone della dottrina cattolica circa il peccato originale il contemporaneo S. Girolamo, semplice prete (Contra Iul., 1, 34; Il, 36). Però non tutti gli scrittori ecclesiastici erano atti a testimoniare la fede della Chiesa, essendo taluni caduti in gravi errori. Perciò gli scrittori ecclesiastici antichi vennero distinti in due categorie; quelli riconosciuti dalla Chiesa come testimoni della fede, e quelli che non lo erano. Il primo esempio di tale distinzione si trova nella decretale De libris recipiendis et non recipiendis del sec. VI, che va sotto il nome di papa Gelasio e che, per conseguenza, costituisce il più antico catalogo di scrittori cristiani riconosciuti come Padri della Chiesa.
Tenendo conto delle varie determinazioni a cui andò soggetto questo appellativo, quattro elementi entrano a formarne il concetto:
- a) dottrina ortodossa : quali custodi infatti della tradizione ricevuta dai maggiori, debbono trasmetterla inalterata alle generazioni
lunedì 2 gennaio 2012
Il demonio e la monaca: la Beata Eustochio
Tanti non ne conoscono l'esistenza, ma la Diocesi di Padova, anche grazie al prezioso lavoro di Mons. Brazzale, prosegue nel divulgare le virtù eroiche della monaca patavina, beatificata da Papa Clemente XIII.
Una Beata, Eustochio che merita sicuramente di essere scoperta, in un epoca in cui molti credenti (e molti sacerdoti) non credono all'esistenza del demonio e delle sue possessioni. Di seguito riportiamo qualche cenno sulla vita della Beata Eustochio (testo tratto da santiebeati.it):
La sua nascita non fu proprio legittima, Lucrezia Bellini nacque a Padova nel 1444, da una monaca del monastero benedettino di S. Prosdocimo e da Bartolomeo Bellini; a quattro anni il demonio s’impadronì del suo corpo, senza toglierle l’uso della ragione, tormentandola praticamente per tutta la vita. A sette anni fu affidata alle monache di San Prosdocimo che gestivano nel monastero una forma di educandato; la condotta della comunità non era proprio esemplare, ma Lucrezia agli svaghi mondani, preferiva il ritiro, il lavoro e la preghiera, era molto devota alla Madonna, a s. Girolamo e a s. Luca. Nel 1460 il vescovo Jacopo Zeno, alla morte della badessa, tentò d’imporre al monastero una maggiore disciplina, ma sia le monache, sia le educande, se ne ritornarono alle proprie case, rimase solo Lucrezia Bellini.
Giunsero allora in sostituzione nel monastero, le Benedettine provenienti dal convento di S. Maria della Misericordia, sotto la guida della badessa Giustina da Lazzara. Lucrezia ormai diciottenne, chiese di entrare nel loro Ordine e il 15 gennaio 1461, ebbe il nero abito benedettino, prendendo il nome di Eustochio; il demonio che da qualche tempo la lasciava in pace, si riaffacciò nel suo corpo, costringendola a fare atti contrari alla Regola, facendola addirittura esplodere in atti così chiassosi e violenti, che le consorelle ne furono terrorizzate e dovettero legarla per molti giorni ad una colonna.
Ma la quiete durò poco, dopo che Eustochio fu liberata, la badessa si ammalò di una strana malattia, fu incolpata lei, quasi considerandola un’ipocrita strega; fu chiusa in una prigione per tre mesi a pane ed acqua.
Ma la quiete durò poco, dopo che Eustochio fu liberata, la badessa si ammalò di una strana malattia, fu incolpata lei, quasi considerandola un’ipocrita strega; fu chiusa in una prigione per tre mesi a pane ed acqua.
Ma tutte queste prove non avvilirono la novizia e a chi gli diceva di ritornare nel mondo o cambiare monastero, rispose che tutte quelle tribolazioni erano bene accette e che intendeva espiare la colpa da cui era nata, proprio là dov’era stata commessa; nella sua solitudine si confortava con la recita di un rosario o corona di salmi e preghiere, da lei stessa composte.
Una volta liberata, tornò ad essere tormentata dal demonio, con flagellazioni sanguinose, incontrollabili vomiti e altri strani patimenti che lei sopportava con inossidabile pazienza, ciò convinse le consorelle delle sue virtù e finalmente il 25 marzo 1465 fu ammessa alla professione solenne e come era usanza dell’epoca, due anni dopo gli fu imposto il velo nero delle benedettine.
Una volta liberata, tornò ad essere tormentata dal demonio, con flagellazioni sanguinose, incontrollabili vomiti e altri strani patimenti che lei sopportava con inossidabile pazienza, ciò convinse le consorelle delle sue virtù e finalmente il 25 marzo 1465 fu ammessa alla professione solenne e come era usanza dell’epoca, due anni dopo gli fu imposto il velo nero delle benedettine.
La sua vita non fu lunga, era stata di grande bellezza ma le possessioni diaboliche, le malattie e le penitenze, l’avevano ormai ridotta ad uno scheletro vivente; gli ultimi anni di vita li trascorse quasi sempre a letto ammalata, assorta nella preghiera e nella meditazione della Passione di Gesù.
Morì il 13 febbraio 1469 a soli 25 anni, la sua fine fu così serena che il suo volto poté riacquistare l’antica bellezza; il demonio poche ore prima l’aveva lasciata finalmente in pace.
Eustochio è l’unico esempio che si conosca di una fedele arrivata alla santità, anche se per tutta la vita fu posseduta dal demonio.
Quattro anni dopo la sua morte, il corpo fu riesumato dal primitivo sepolcro, il quale cominciò a riempirsi d’acqua purissima e miracolosa, che cessò di sorgere solo quando fu soppresso il monastero.
Nel 1475 il corpo fu portato nella chiesa e dal 1720 fu collocato, visibile in un’arca di cristallo. Il monastero di S. Prosdocimo fu soppresso nel 1806 e il corpo della beata benedettina fu traslato nella chiesa di San Pietro sempre in Padova; sopra il marmoreo altare che contiene il suo corpo, sovrasta la pala dipinta del Guglielmi che rappresenta la beata, mentre calpesta il demonio.
Papa Clemente XIII, già vescovo di Padova, confermò il suo culto nel 1760, prima alla città patavina e poi esteso nel 1767 a tutti gli Stati della Repubblica Veneta.
La sua festa religiosa, ancora oggi officiata in tutta la diocesi di Padova, è al 13 febbraio.
martedì 5 luglio 2011
Primo monachesimo medievale
Egli andò in chiesa pensando a queste cose e proprio in quel momento avvenne che ci fosse la lettura del Vangelo, e ascoltò la voce del signore che diceva all'uomo ricco: "Se vuoi essere perfetto, va, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, e troverai il tuo tesoro in paradiso". Fu come se il passaggio fosse letto sul suo conto. Immediatamente Antonio uscì dalla casa di Dio e diede ai poveri i beni che aveva ricevuto in eredità dagli antenati. (Athanasio, La Vita di Sant' Anthonio)
Attorno all'anno 270 un ragazzo di 20 anni chiamato Antonio (251-356), un Cristiano che era nato in Egitto entrò in una chiesa e nacque il monachesimo cristiano. Poi, dando via tutti i suoi beni, Antonio andò a vivere nel deserto. Anche se egli tornò nel "vecchio mondo" diverse volte nella sua vita, egli continuò a vivere in solitudine per il resto dei suoi giorni. Nel deserto egli pregava e si manteneva lavorando manualmente. Presto divenne famoso per la sua santità e altri uomini venivano a vivere vicini a lui, ed imitavano la sua esistenza solitaria. Antonio chiaramente abbracciò la vita ascetica, una orma di esistenza che divenne sempre più popolare dopo che il Cristianesimo divenne la religione principale dell'impero romano. Ora che il martirio non era più possibile molta gente vedeva in Antonio una nuova via fondamentale per dimostrare la sua devozione a Dio.
Furono i monaci e il movimento monastico a plasmare la primitiva civiltà medievale. L'ideale ascetico di fuggire il mondo materialistico, di abbandonare ogni possedimento mondano e dedicarsi alla meditazione e alla preghiera è comune a molte religioni. Ciò che distingue il movimento monastico europeo è che per molti secoli i monaci furono gli eroi della civiltà medievale.
Il monachesimo Cristiano iniziò con il volo di Sant'Antonio nel terzo secolo in Egitto. Lì Antonio viveva una vita ascetica e solitaria. Ma c'erano difficoltà pratiche che rendevano difficile l'espandersi del monachesimo. Vivendo come un eremita non si trovava facilmente da mangiare e non si poteva partecipare alla preghiera comune richiesta da tutti i cristiani. A peggiorare le cose c'era il fatto che vivere come un eremita creava problemi psicologici. Per portare una soluzione a questi problemi un altro eremita del deserto, Pachormio, raggruppò i suoi seguaci in una comunità e stilò per loro la prima regola monastica. I suoi monaci dovevano praticare la castità, la povertà, e obbedienza a un abate spirituale (padre spirituale).
A partire dal V secolo questa forma di cenobio (vita in comune) monastico acquistò una potente attrattiva nell'occidente e si sviluppò rapidamente. Naturalmente, come ogni altro movimento, il movimento monastico si divise rapidamente in varie forme e sette. Una ragione di base per questo sviluppo è che tutti i grandi padri della chiesa come Agostino, Gerolamo, e Ambrogio avevano tutti dato specifiche istruzioni ai monaci e agli altri per un atteggiamento ascetico. I monaci attraversarono l'Europa fondando monasteri e predicando ai pagani. Essi inoltre si sforzavano di riformare la chiesa. E, cosa più importante di tutte, furono i monaci dell'Alto Medioevo europeo a continuare l'apprendimento di lettura e scrittura e a mantenere viva la cultura classica.
Come eroi dell'Europa medievale i monaci esercitarono una potente influenza su tutti gli aspetti della società. Le conoscenze e l'abilità nell'agricoltura, la mescolanza di lavoro manuale e intellettuale, di preghiera e produzione permisero ai monaci benedettini di ridare dignità al lavoro manuale e nello stesso tempo di rendere fertili vasti appezzamenti di terreno e di offrire un esempio di imprese agricole redditizie a chi avesse voluto approfittarne.
Col tempo potenti famiglie medievali cominciarono a costruire monasteri sui loro territori. Sia che le loro motivazioni fossero spirituali, sia che non lo fossero, è chiaro che avere un monastero nelle proprie terre era un sicuro segno di grazia. Gli abati erano spesso appartenenti a queste potenti famiglie e così accadeva che i monasteri erano spesso gestiti nell'interesse di queste potenti famiglie. In questo modo i monasteri molto rapidamente si integrarono nelle relazioni di potere della società medievale.
Partendo da una prospettiva culturale i monasteri ospitavano forse le persone più istruite nella società medievale.
Dopo tutto si dava per scontato che tutti i monaci sapessero leggere e scrivere. I monasteri avevano biblioteche e "scriptoria" (stanze degli amanuensi) nelle quali erano copiati i manoscritti. Questi manoscritti erano spesso decorati o illustrati. Ma perché i monaci trascorrevano tanto tempo ed energia ad illustrare i manoscritti? Dal momento che le loro vite erano dedicate alla Parola e a preservare la Parola per i posteri, quale modo migliore di dimostrare la Parola che dare ad essa l'attenzione che essa meritava?
I monaci diventarono eroi dell'Alto Medioevo per tante ragioni. Essi avevano chiaramente dedicato le loro vite all'adorazione di Dio. Le loro vite servivano da esempio per gli altri. Essi inoltre fornivano un senso di sicurezza in un mondo che sempre sembrava sull'orlo di un tumulto o di una catastrofe. Essi fondarono un'organizzazione, il monastero, che permetteva loro di vivere in comunità -alcuni monaci lavoravano la terra, alcuni copiavano e illustravano manoscritti, mentre ancora alcuni altri leggevano e studiavano. E, naturalmente, a motivo del loro ascetismo, i monaci divennero il veicolo di un cambiamento economico e culturale -- essi insegnarono all'Europa medievale a conservare il passato e a investire sul futuro.
Tratto da "The History guide" di Steven Kreis
lunedì 4 luglio 2011
Un eremita in Capriasca
Noi, cari ragazzi, siamo abituati a vivere in una società di massa. Questo significa che siamo sempre immersi fra la gente. È difficile concepire la nostra esistenza al di fuori di questo schema. Eppure vi sono delle persone che riescono a vivere benissimo anche fuori da questo ordine di cose. La persona che meglio rappresenta questa categoria di gente è sicuramente l’eremita. Ecco quindi che, per questo numero dedicato alla gente, ho pensato di parlarvi di qualcuno che vive via dalla gente stessa. Ovviamente, per essere ben informati sul tema degli eremiti bisogna incontrarne uno e sentire da lui le ragioni della sua scelta. Trovare un eremita da intervistare è stato per me facile in quanto in un paese poco lontano dal mio, Roveredo TI, se ne trovano addirittura due, padre Gabriel ed il ticinese di Novazzano padre Raffalele. Eh, mi sono detto, almeno l’eremita da intervistare l’ho trovato. Mi restava pur sempre un certo timore. Cosa dire? Quali domande fargli? Insomma, pensavo che lui fosse una persona diversa da noi. Non appena ho conosciuto padre Gabriel ho però subito cambiato idea. Lui stesso ha tenuto a precisarmi: “Sono un uomo come tutti gli altri!”.
Allora il mio timore è subito sparito e si è fatta largo una grande curiosità. Conoscevo pochissimo della vita di un eremita. Quando pensavo a questa parola mi veniva in mente una persona vestita di nero e che viveva chissà come in un posto lontano da tutto e tutti. Per me si trattava quindi di capire il perché di una simile scelta tanto strana per noi. Innanzitutto padre Gabriel mi spiega: “Non è poi una scelta così strana e anormale. Nella lunga storia della Chiesa ve ne sono sempre stati, basta pensare ai primi grandi precursori quali Elia, Giovanni Battista e Sant’Antonio Abate. Anche qui in Ticino la presenza di eremiti è sempre stata una costante: gli eremi di S. Bernardo e di S. Zeno ed il Beato di Riva San Vitale ne sono un chiaro esempio”. Ma, gli chiedo, è proprio necessario ritirarsi a vivere lontano dalla gente? Lui mi spiega: “il nome stesso di eremita, che proviene dal termine greco Eremos = deserto, significa colui che vive nel deserto. La scelta di vivere isolati è dettata dal fatto che si cerca di trovare la pace. Lo scopo della nostra vita di monaci, di persone che vivono da sole, è spiegato molto bene in una frase di uno dei nostri padri precursori, Macario il grande:”Il monaco è colui che notte e giorno conversa con Dio e pensa solo alle cose a lui inerenti non avendo possedimenti sulla terra”. Noi monaci seguiamo la figura di Antonio Abate; non viviamo in mezzo alla gente e ci sforziamo di pensare alle cose di Dio senza però essere distaccati da tutto. La nostra scelta di vivere isolati non vuole dire che ci ritiriamo alla periferia della Chiesa ma che, anzi, siamo nel suo cuore. Noi, non fuggiamo la gente, ma abbiamo sempre per lei un grande amore ed una grande carità cristiana. Noi, non dimentichiamo la gente, ma prendiamo però le distanze dalla società moderna che non permette più di restare soli con se stessi. L’esistenza del monaco è quindi all’opposto di quella delle persone che vivono nella società. Un Padre della Chiesa diceva che solo chiusi nella propria camera si può ritrovare completamente se stessi e quindi, di conseguenza, si può ritrovare Dio. Come può parlare con Dio un uomo che non è in pace con se stesso?“Noi qui seguiamo la regola di San Benedetto che ci esorta a pregare ed a lavorare (Ora et Labora). Da questo risulta che la mia giornata è divisa in due momenti ben distinti: quello dedicato alla preghiera e quello dedicato al lavoro. Faccio sette momenti di preghiera al giorno, due lunghi al mattino ed alla sera e cinque più brevi durante la giornata. Il lavoro consiste invece nel fare l’orto, nel tagliare la legna, nel tradurre i libri… Un altro lavoro importante che svolgo è quello di incontrare la gente che viene a trovarmi. Vedi che non sono poi spiritualmente e, a volte, anche fisicamente lontano da essa? Io non dimentico mai a gente, prendo solo le distanze da essa”.
Ho dunque scoperto che l’eremita non ha il tempo di annoiarsi: le sue giornate sono sempre piene di attività. A questo punto le mie domande sono inerenti a padre Raffaele, l’eremita ticinese. A suo riguardo, padre Gabriel mi dice:“Bisogna imparare a fare l’eremita. Raffaele è qui da sette anni sotto la mia guida. I giovani hanno sempre, in ogni campo, bisogno di qualcuno che li aiuti nella loro crescita spirituale. Se tu vedi un giovane salire da solo in cielo tiralo giù per i piedi, diceva un vecchio Padre dalla Chiesa. Bisogna evitare il rischio che si facciano una religione a loro misura e per questo bisogna far sì che si sottomettano ad una guida”.
Padre Gabriel non scende quasi mai in paese, solo quando deve fare delle spese importanti e questo molto raramente. ” La mia intenzione è quella di rimanere qui per sempre” mi dice, “anche se un eremita non deve affezionarsi alle cose terrene. Devo essere pronto a lasciare il mio eremo in qualsiasi momento. Soprattutto se questo verrà a trovarsi troppo vicino alla civiltà“. Certo, si può capire che sarebbe triste per lui dover lasciare quell’oasi di pace. Anche a livello di infrastrutture, l’eremo è proprio carino.
Ci sono le piccole casette dei due monaci, una cappellina ed un’altre casetta in via di riattazione. Tutto il posto è stato infatti recentemente rimesso a nuovo. Dopo questo incontro mi sembra di avere una panoramica abbastanza chiara di ciò che vuol dire essere eremita. Solo ancora un piccolo dettaglio mi resta oscuro e quindi mi faccio illuminare dalle spiegazioni di padre Gabriel. Mi interessa sapere cosa faceva prima di ritirarsi nell’eremo:” Ho studiato filosofia per due anni e poi, a 22 anni, sono entrato in un convento benedettino. In questo periodo ho seguito i corsi di teologia all’università. Sono rimasto in convento per diciott’anni e da dodici vivo qui…”
Conoscere padre Gabriel è stata per me una bellissima scoperta. Prima di salutarmi, padre Gabriel mi dice ancora un’ultima cosa:” Non aver paura di scrivere cose troppo difficili nel tuo articolo. I bambini, anche se forse non lo capiranno tutto, riceveranno una prima informazione sulla vita di un eremita.
A questo punto lascio il suo bel eremo e torno a casa pieno di energia e di entusiasmo per scrivere il mio articolo. Concludo ringraziando padre Gabriel per la sua gentilissima disponibilità e augurandogli di godere per sempre della pace che a trovato in quel delizioso posto sopra Rovereto.
Allora il mio timore è subito sparito e si è fatta largo una grande curiosità. Conoscevo pochissimo della vita di un eremita. Quando pensavo a questa parola mi veniva in mente una persona vestita di nero e che viveva chissà come in un posto lontano da tutto e tutti. Per me si trattava quindi di capire il perché di una simile scelta tanto strana per noi. Innanzitutto padre Gabriel mi spiega: “Non è poi una scelta così strana e anormale. Nella lunga storia della Chiesa ve ne sono sempre stati, basta pensare ai primi grandi precursori quali Elia, Giovanni Battista e Sant’Antonio Abate. Anche qui in Ticino la presenza di eremiti è sempre stata una costante: gli eremi di S. Bernardo e di S. Zeno ed il Beato di Riva San Vitale ne sono un chiaro esempio”. Ma, gli chiedo, è proprio necessario ritirarsi a vivere lontano dalla gente? Lui mi spiega: “il nome stesso di eremita, che proviene dal termine greco Eremos = deserto, significa colui che vive nel deserto. La scelta di vivere isolati è dettata dal fatto che si cerca di trovare la pace. Lo scopo della nostra vita di monaci, di persone che vivono da sole, è spiegato molto bene in una frase di uno dei nostri padri precursori, Macario il grande:”Il monaco è colui che notte e giorno conversa con Dio e pensa solo alle cose a lui inerenti non avendo possedimenti sulla terra”. Noi monaci seguiamo la figura di Antonio Abate; non viviamo in mezzo alla gente e ci sforziamo di pensare alle cose di Dio senza però essere distaccati da tutto. La nostra scelta di vivere isolati non vuole dire che ci ritiriamo alla periferia della Chiesa ma che, anzi, siamo nel suo cuore. Noi, non fuggiamo la gente, ma abbiamo sempre per lei un grande amore ed una grande carità cristiana. Noi, non dimentichiamo la gente, ma prendiamo però le distanze dalla società moderna che non permette più di restare soli con se stessi. L’esistenza del monaco è quindi all’opposto di quella delle persone che vivono nella società. Un Padre della Chiesa diceva che solo chiusi nella propria camera si può ritrovare completamente se stessi e quindi, di conseguenza, si può ritrovare Dio. Come può parlare con Dio un uomo che non è in pace con se stesso?“Noi qui seguiamo la regola di San Benedetto che ci esorta a pregare ed a lavorare (Ora et Labora). Da questo risulta che la mia giornata è divisa in due momenti ben distinti: quello dedicato alla preghiera e quello dedicato al lavoro. Faccio sette momenti di preghiera al giorno, due lunghi al mattino ed alla sera e cinque più brevi durante la giornata. Il lavoro consiste invece nel fare l’orto, nel tagliare la legna, nel tradurre i libri… Un altro lavoro importante che svolgo è quello di incontrare la gente che viene a trovarmi. Vedi che non sono poi spiritualmente e, a volte, anche fisicamente lontano da essa? Io non dimentico mai a gente, prendo solo le distanze da essa”.
Ho dunque scoperto che l’eremita non ha il tempo di annoiarsi: le sue giornate sono sempre piene di attività. A questo punto le mie domande sono inerenti a padre Raffaele, l’eremita ticinese. A suo riguardo, padre Gabriel mi dice:“Bisogna imparare a fare l’eremita. Raffaele è qui da sette anni sotto la mia guida. I giovani hanno sempre, in ogni campo, bisogno di qualcuno che li aiuti nella loro crescita spirituale. Se tu vedi un giovane salire da solo in cielo tiralo giù per i piedi, diceva un vecchio Padre dalla Chiesa. Bisogna evitare il rischio che si facciano una religione a loro misura e per questo bisogna far sì che si sottomettano ad una guida”.
Padre Gabriel non scende quasi mai in paese, solo quando deve fare delle spese importanti e questo molto raramente. ” La mia intenzione è quella di rimanere qui per sempre” mi dice, “anche se un eremita non deve affezionarsi alle cose terrene. Devo essere pronto a lasciare il mio eremo in qualsiasi momento. Soprattutto se questo verrà a trovarsi troppo vicino alla civiltà“. Certo, si può capire che sarebbe triste per lui dover lasciare quell’oasi di pace. Anche a livello di infrastrutture, l’eremo è proprio carino.
Ci sono le piccole casette dei due monaci, una cappellina ed un’altre casetta in via di riattazione. Tutto il posto è stato infatti recentemente rimesso a nuovo. Dopo questo incontro mi sembra di avere una panoramica abbastanza chiara di ciò che vuol dire essere eremita. Solo ancora un piccolo dettaglio mi resta oscuro e quindi mi faccio illuminare dalle spiegazioni di padre Gabriel. Mi interessa sapere cosa faceva prima di ritirarsi nell’eremo:” Ho studiato filosofia per due anni e poi, a 22 anni, sono entrato in un convento benedettino. In questo periodo ho seguito i corsi di teologia all’università. Sono rimasto in convento per diciott’anni e da dodici vivo qui…”
Conoscere padre Gabriel è stata per me una bellissima scoperta. Prima di salutarmi, padre Gabriel mi dice ancora un’ultima cosa:” Non aver paura di scrivere cose troppo difficili nel tuo articolo. I bambini, anche se forse non lo capiranno tutto, riceveranno una prima informazione sulla vita di un eremita.
A questo punto lascio il suo bel eremo e torno a casa pieno di energia e di entusiasmo per scrivere il mio articolo. Concludo ringraziando padre Gabriel per la sua gentilissima disponibilità e augurandogli di godere per sempre della pace che a trovato in quel delizioso posto sopra Rovereto.
Giacomo Baruffali, Articolo apparso su “Semi di bene”, Rivista per ragazzi e sul bollettino parrocchiale di Tesserete, agosto/novembre 1992
domenica 3 aprile 2011
Papa Benedetto XVI incoraggia tutti nell’ultimo libro: “Gesù di Nazaret”, vol.2, Libreria Ed.Vaticana, 2011
“…dare testimonianza alla verità significa: partendo da Dio, dalla ragione creatrice, rendere la creazione decifrabile e la sua verità accessibile in modo tale che essa possa costituire la misura e il criterio orientativo nel mondo dell’uomo – che ai grandi e ai potenti si faccia incontro il potere della verità, il diritto comune, il diritto della verità….la non-redenzione del mondo consiste, appunto, nella non decifrabilità della creazione, della non-riconoscibilità della verità, una situazione che può condurre inevitabilmente al dominio del pragmatismo, e in questo modo fa si che il potere dei forti diventi il dio di questo mondo.” (pag.217)
“…a Gesù non può essere tolta la sua intima dignità. Resta presente in lui il Dio nascosto. Anche l’uomo percosso e umiliato rimane immagine di Dio. Da quando Gesù si è lasciato percuotere, proprio i feriti e i percossi sono immagine del Dio che ha voluto soffrire per noi. Così nel mezzo della sua passione, Gesù è immagine di speranza: Dio sta dalla parte dei sofferenti.” (pag.224)
“La pace si fonda sulla giustizia. La forza di Roma era il suo sistema giuridico, sul quale gli uomini potevano contare. Pilato – lo ripetiamo – conosceva la verità di cui si trattava in questo caso e sapeva quindi che cosa la giustizia richiedeva da lui. Ma alla fine vinse in lui l’interpretazione pragmatica del diritto: più importante della verità del caso è la forza pacificante del diritto, questo fu forse il suo pensiero e così si giustificò davanti a se stesso. Un’assoluzione dell’innocente poteva recare danno non solo a lui personalmente - il timore fu per questo fu certamente un motivo determinante per il suo agire - , ma poteva anche provocare ulteriori dispiaceri e disordini che, proprio nei giorni della Pasqua, erano da evitare.” (pag.225)
“Sempre di nuovo ci troviamo nell’abissale oggi della sofferenza. Sempre, però, anche la risurrezione e l’appagamento dei poveri avvengono già <<oggi>>. In una tale prospettiva non viene cancellato niente dell’orrore della passione di Gesù. Al contrario: aumenta, perché non è soltanto individuale, ma porta realmente in sé la tribolazione di tutti noi. Ma al tempo stesso la sofferenza di Gesù è una passione messianica – un soffrire in comunione con noi, per noi; un essere-con che deriva dall’amore e così già porta in sé la redenzione, la vittoria dell’amore.” (pag.241)
“Come già sotto la croce – a prescindere da Giovanni – si erano ritrovate soltanto donne, così era a loro destinato anche il primo incontro con il Risorto. La Chiesa, nella sua struttura giuridica, è fondata su Pietro e gli Undici, ma nella forma concreta della vita ecclesiale sono sempre di nuovo le donne ad aprire la porta al signore, ad accompagnarlo fin sotto la croce e a poterlo così incontrare anche quale Risorto.” (pag.292)
“….il corpo trasformato di Cristo è anche il luogo in cui gli uomini entrano in comunione con Dio e tra loro e così possono vivere definitivamente nella pienezza della vita indistruttibile…..È essenziale il fatto che con la risurrezione di Gesù non è stato rivitalizzato un qualsiasi singolo morto in un qualche momento, ma nella risurrezione è avvenuto un salto ontologico che tocca l’essere come tale, è stata inaugurata una dimensione che ci interessa tutti e che ha creato per tutti noi un nuovo ambito della vita, dell’essere con Dio.” (pag.304)
“È proprio del mistero di Dio agire in modo sommesso. Solo pian piano egli costruisce nella grande storia dell’umanità la sua storia. Diventa uomo ma in modo da poter essere ignorato dai contemporanei, dalle forze autorevoli della storia. Patisce e muore e, come Risorto, vuole arrivare all’umanità soltanto attraverso la fede dei suoi ai quali si manifesta. Di continuo Egli bussa sommessamente alle porte dei nostri cuori e, se gli apriamo, lentamente ci rende capaci di <<vedere>>.” (pag.306)
“Se ci inoltriamo nell’essenza della nostra esistenza cristiana, allora tocchiamo il Risorto. Lì siamo pienamente noi stessi. Il toccare scritto e il salire sono intrinsecamente collegati. E ricordiamoci che, secondo Giovanni, il luogo dell’ <<elevazione>> di Cristo è la sua croce e che la nostra <<ascensione>> che è sempre nuovamente necessaria, il nostro salire per toccarlo, deve essere un camminare insieme con il Crocifisso.” (pag.317)
“Per il <<tempo intermedio>> ai cristiani è richiesta, come atteggiamento di fondo, la vigilanza. Questa vigilanza significa, da una parte, che l’uomo non si rinchiuda nel momento presente dandosi alle cose tangibili, ma alzi lo sguardo al di là del momentaneo e della sua urgenza. Ciò che conta è tenera libera la visone su Dio, per ricevere da Lui il criterio e la capacità di agire in modo giusto. Vigilanza significa soprattutto apertura al bene, alla verità, a Dio, in mezzo a un mondo spesso inspiegabile e in mezzo al potere del male. Significa che l’uomo cerchi con tutte le sue forze e con grande sobrietà di fare la cosa giusta, non vivendo secondo i propri desideri, ma secondo l’orientamento della fede.” (pag.319)
“Gesù parte benedicendo. Benedicendo se ne va e nella benedizione Egli rimane. Le sue mani restano stese su questo mondo. Le mani benedicenti di Cristo sono come un tetto che ci protegge. Ma sono al contempo un gesto di apertura che squarcia il mondo affinché il cielo penetri in esso e possa diventarvi una presenza…….Nella fede sappiamo che Gesù, benedicendo, tiene le sue mani stese su di noi. È questa la ragione permanente della gioia cristiana.” (pag.324)
giovedì 10 marzo 2011
Riflessione della Badessa dell’Abbazia “Mater Ecclesiae”
| «SIAMO UNA PORZIONE DELLA FAMIGLIA DI DIO» |
L’Abbazia Mater Ecclesiae, fondata nel 1973 sull’isola di S. Giulio, nel mezzo del lago d’Orta, è iniziata come un piccolo seme gettato nella poca terra tra le fessure della roccia. Ora è un grande albero che ha trapiantato un germoglio anche a S. Oyen in Valle d’Aosta. Ce ne parla la badessa, madre Anna Maria Cànopi.
di Madre Anna Maria Cànopi
Attualmente siamo ottanta monache. La mano di Dio ha fatto tutto questo! Il significato della Sua presenza in questo luogo, particolarmente suggestivo e per la sua configurazione altamente contemplativo, va ben oltre l’interesse estetico e turistico. Esso non sfugge agli spiriti più attenti, ma colpisce talvolta anche i distratti.
Chi approda all’isola avverte, infatti, un’atmosfera insolita, mistica; sente che il silenzio vi è preghiera di vita e che la preghiera vi è sostanza di vita e che la vita ha dimensioni dell’interiorità e della trascendenza. La spiritualità monastica benedettina è tanto semplice quanto profonda; serena e insieme austera. È la spiritualità essenzialmente evangelica, che propone la ricerca appassionata di Dio riconosciuto quale Creatore e Padre, unico sommo bene cui nulla va anteposto.
S. Benedetto concepisce la comunità monastica come una famiglia: la famiglia del Signore nella Domus Dei, nella casa di Dio.I suoi membri sono legati, in Cristo, da un vincolo stabile e forte, per realizzare una comunione d’amore che sia segno e anticipo della comunione dei santi in cielo, nella vita eterna. Per questo la Regola è una proposta di sequela radicale di Cristo sulla via dell’umiltà, dell’obbedienza, della povertà, della più grande carità verso Dio e verso il prossimo.
Dedicandosi alla preghiera e al lavoro - ora et labora - con alacre impegno, in un clima di silenzio e di pace, la nostra comunità realizza quel sano e armonioso equilibrio che l’uomo difficilmente trova nella società caratterizzata dalla frettolosità e dalla provvisorietà. La giornata delle monache benedettine si svolge interamente all’interno dell’abbazia; tutto è fatto con spirito di servizio a Dio e ai fratelli in modo tale che la preghiera è anche lavoro e che il lavoro è ancora preghiera.
Nella frequente convocazione della comunità alla preghiera liturgica e personale, è tutta la Chiesa ad essere convocata sotto la guida dello Spirito Santo per tutta l’umanità. Nell’assiduità del lavoro per il pane quotidiano, è la fatica di tutti gli uomini ad essere santificata e offerta a Dio. Il primato della preghiera non va a scapito del lavoro, anzi, ne migliora la qualità e ne intensifica l’impegno. Il monastero è come un alveare in cui tutte le api laboriose trasformano il polline in miele: in tutto danno gloria a Dio e dolcezza agli uomini. Un posto privilegiato è dato all’ospitalità, poiché «Tutti gli ospiti che giungono al monastero - esorta S. Benedetto - siano accolti come Cristo in persona...» (Regola, c 53). Il monastero evangelicamente ospitate è anzitutto un luogo privilegiato per l’incontro con Dio. È la “tenda del Signore” dove ogni gesto, ogni premuroso servizio di accoglienza ha valore di culto, sapore di Eucaristia, fa memoria della Pasqua del Signore. Per questo il monastero può essere in un certo modo definito luogo terapeutico, dove i moltissimi poveri e malati nel corpo e nello spirito possono trovare comprensione e aiuto, conforto e speranza per continuare il faticoso viaggio della loro vita.
Pur essendo appartata dalla vita sociale, la comunità monastica si pone nel cuore della Chiesa e nel cuore del mondo. Con antenne invisibili, ma sicure, le oranti nel silenzio captano le vibrazioni, le onde, che da ogni parte del pianeta terra portano a loro le ansie, le angosce, le gioie e le speranze di tutta l’umanità.Sentinelle vigilanti nel crepuscolo del tempo presente, esse tracciano per tutti una scia luminosa verso le spiagge serene dell’eterno Regno della vita.
Attualmente siamo ottanta monache. La mano di Dio ha fatto tutto questo! Il significato della Sua presenza in questo luogo, particolarmente suggestivo e per la sua configurazione altamente contemplativo, va ben oltre l’interesse estetico e turistico. Esso non sfugge agli spiriti più attenti, ma colpisce talvolta anche i distratti.
Chi approda all’isola avverte, infatti, un’atmosfera insolita, mistica; sente che il silenzio vi è preghiera di vita e che la preghiera vi è sostanza di vita e che la vita ha dimensioni dell’interiorità e della trascendenza. La spiritualità monastica benedettina è tanto semplice quanto profonda; serena e insieme austera. È la spiritualità essenzialmente evangelica, che propone la ricerca appassionata di Dio riconosciuto quale Creatore e Padre, unico sommo bene cui nulla va anteposto.
S. Benedetto concepisce la comunità monastica come una famiglia: la famiglia del Signore nella Domus Dei, nella casa di Dio.I suoi membri sono legati, in Cristo, da un vincolo stabile e forte, per realizzare una comunione d’amore che sia segno e anticipo della comunione dei santi in cielo, nella vita eterna. Per questo la Regola è una proposta di sequela radicale di Cristo sulla via dell’umiltà, dell’obbedienza, della povertà, della più grande carità verso Dio e verso il prossimo.
Dedicandosi alla preghiera e al lavoro - ora et labora - con alacre impegno, in un clima di silenzio e di pace, la nostra comunità realizza quel sano e armonioso equilibrio che l’uomo difficilmente trova nella società caratterizzata dalla frettolosità e dalla provvisorietà. La giornata delle monache benedettine si svolge interamente all’interno dell’abbazia; tutto è fatto con spirito di servizio a Dio e ai fratelli in modo tale che la preghiera è anche lavoro e che il lavoro è ancora preghiera.
Nella frequente convocazione della comunità alla preghiera liturgica e personale, è tutta la Chiesa ad essere convocata sotto la guida dello Spirito Santo per tutta l’umanità. Nell’assiduità del lavoro per il pane quotidiano, è la fatica di tutti gli uomini ad essere santificata e offerta a Dio. Il primato della preghiera non va a scapito del lavoro, anzi, ne migliora la qualità e ne intensifica l’impegno. Il monastero è come un alveare in cui tutte le api laboriose trasformano il polline in miele: in tutto danno gloria a Dio e dolcezza agli uomini. Un posto privilegiato è dato all’ospitalità, poiché «Tutti gli ospiti che giungono al monastero - esorta S. Benedetto - siano accolti come Cristo in persona...» (Regola, c 53). Il monastero evangelicamente ospitate è anzitutto un luogo privilegiato per l’incontro con Dio. È la “tenda del Signore” dove ogni gesto, ogni premuroso servizio di accoglienza ha valore di culto, sapore di Eucaristia, fa memoria della Pasqua del Signore. Per questo il monastero può essere in un certo modo definito luogo terapeutico, dove i moltissimi poveri e malati nel corpo e nello spirito possono trovare comprensione e aiuto, conforto e speranza per continuare il faticoso viaggio della loro vita.
Pur essendo appartata dalla vita sociale, la comunità monastica si pone nel cuore della Chiesa e nel cuore del mondo. Con antenne invisibili, ma sicure, le oranti nel silenzio captano le vibrazioni, le onde, che da ogni parte del pianeta terra portano a loro le ansie, le angosce, le gioie e le speranze di tutta l’umanità.Sentinelle vigilanti nel crepuscolo del tempo presente, esse tracciano per tutti una scia luminosa verso le spiagge serene dell’eterno Regno della vita.
lunedì 7 marzo 2011
L'ORDINE BENEDETTINO
di Gregorio Penco O.S.B.
Estratto dal libro "Gli ordini religiosi" – Nardini Editore
Parte II - Dall'XI° secolo ai giorni nostri
La fine delle invasioni saracene ed ungare, il risveglio di più vive esigenze evangeliche, l'aumento della mobilità umana, il rinnovato rapporto tra città e contado, le attese escatologiche, costituiscono lo sfondo generale entro cui si colloca anche il grande sviluppo dei centri monastici a partire dal secolo XI. La compenetrazione sempre più stretta fra vita monastica e strutture feudali, i troppi interessi materiali, i prevalenti compiti amministrativi, la tensione con nuove forme di vita religiosa (come i canonici regolari) sono all'origine di quel fenomeno noto sotto il nome di "crisi del cenobitismo", a cui si cercherà di reagire mediante lo sviluppo di correnti eremitiche e di movimenti monastici rigoristici e riformati. Il punto di riferimento per il rinnovamento delle osservanze e le discussioni teoriche è per lo più ancora la Regola di San Benedetto, sia pure integrata da testi sempre più vari di "Usi" e Consuetudini Per un complesso di ragioni si verifica anche, nei monasteri, un crescente processo di clericalizzazione con un numero sempre maggiore di monaci che ascendono agli ordini sacri, con il conseguente aumento delle messe e degli altari, delle absidi e delle cripte, ma soprattutto con una netta differenziazione nei confronti della classe dei fratelli conversi che fanno ora la loro comparsa, introducendo, quindi, una nuova classe di monaci non prevista dalla Regola e non del tutto equiparata a quella dei monaci di coro.
La tendenza alla nascita di movimenti supernazionali, unitari ed accentrati, porta all'origine di veri e propri Ordines, ossia di organismi monastici che seguono proprie osservanze - Ordosignificava in origine non "ordine", ma "genere di vita" - sempre più diversificate. E se, intorno al Mille, nel passaggio dalla dinastia di Sassonia a quella di Franconia, il monachesimo partecipa dello spirito della Renovatio Imperii mediante l'appoggio spirituale all'Impero stesso da parte delle correnti riformate, nel decorso del secolo XI parteciperà alle lotte per la libertas Ecclesiae con personaggi tra i quali emerge la figura del papa San Gregorio VII († 1085), già monaco a Cluny. Al tempo stesso, si completa l'evangelizzazione dei popoli germanici, a cui si aggiunge - con l'opera di Sant'Adalberto di Praga e poi con quella dei primi discepoli di San Romualdo la conversione dei popoli slavi. Ma questa è soprattutto l'epoca in cui raggiunge il suo apogeo la cosiddetta "teologia monastica", ossia quella riflessione sapienziale sui misteri della fede che porta al suo compimento tutto il precedente sviluppo del pensiero cristiano in prosecuzione diretta della teologia patristica. Ne sono precipui rappresentanti Sant'Anselmo d'Aosta (che però già preannuncia gli sviluppi della dialettica) e Ruperto di Deutz, Pietro di Celle e Giovanni di Fécamp, San Pier Damiani e Santa Ildegarde. Su tutti però domina la figura di San Bernardo,
con cui può veramente dirsi che si concluda la teologia patristica prolungatasi per tutto il Medioevo monastico.
Un tentativo di soluzione alla crisi del cenobitismo sopra ricordata fu costituito dalla rinascita delle correnti eremitiche. L'eremitismo, senza dubbio, era sempre esistito ed aveva attraversato tutto l'Alto Medioevo, ma a partire dai secoli X-XII esso diviene più facilmente individuabile, non solo per l'aumento della documentazione, ma anche per la sua tendenza ad organizzarsi in veri e propri Ordinesrichiamantisi anch'essi, in maniera più o meno diretta, alla Regola benedettina. Uno di questi, cronologicamente il primo e senza dubbio uno dei più originali, è quello facente capo alla tradizione di San Romualdo († 1027), la cui biografia fu composta da San Pier Damiani. Dopo un non riuscito esperimento di vita cenobitica a Ravenna (dove era nato), San Romualdo intraprese una prassi di eremitismo itinerante che lo condusse anche sui Pirenei. Ritornato in Italia, fondò monasteri ed eremi, tra cui, alla fine della sua vita, Camaldoli; riformò comunità preesistenti, tra cui Fonte Avellana, morendo a Valdicastro. Le case da lui fondate o riformate (in tutto una trentina) non erano unite da alcun vincolo giuridico, né da alcuna legislazione particolare. Se nella sua spiritualità si rintraccia un vivo amore alla solitudine, la ricerca del martirio e il senso dell'amicizia spirituale, dal punto di vista delle istituzioni si può affermare che egli mirava all'unione di eremo e cenobio sotto un solo superiore residente nell'eremo: il tutto, però, nell'ambito della Regola e della tradizione benedettina. I monaci rimanevano liberi di passare dal cenobio (che aveva una funzione formativa) all'eremo. Solo il quarto priore di Camaldoli, il Beato Rodolfo, compose verso il 1085 delle Regole eremitiche.
Un altro movimento eremitico del tempo, quello della Certosa, trae origine da San Bruno di Colonia († 1101), il quale, già canonico, nel 1084 fondava l'eremo della Grande-Chartreuse presso Grénoble. Neppure San Bruno lasciò delle costituzioni e solo Guigo I, quinto priore della Chartreuse, redasse nel 1127 un corpus di Consuetudini. La struttura della Certosa è basata sulla osservanza eremitica temperata da alcuni esercizi di vita cenobitica. Il monaco vive in una casetta a due piani da cui esce solo tre volte al giorno per la preghiera comune in chiesa. Il silenzio è pressoché continuo e l'astinenza dalle carni perpetua.
Accanto ai movimenti eremitici devono essere ricordati quei nuovi filoni monastici che prendono l'avvio proprio a partire da quest'epoca, come, in Francia, quello fondato da San Guglielmo di Volpiano e, in Italia, quello di Vallombrosa, fondato da San Giovanni Gualberto e quello di Montevergine, fondato da San Guglielmo di Vercelli. Amico di quest'ultimo fu poi San Giovanni da Matera, fondatore, in Puglia, della Congregazione di Pulsano che, per alcuni suoi atteggiamenti pauperistici, sembra preannunziare la nascita del francescanesimo. Ancora poco chiare, nel loro insieme, sono invece le origini di un esteso movimento, in parte monastico e in parte canonicale, quello degli Umiliati, particolarmente diffuso nella regione padana e dedito specialmente alla lavorazione della lana.
E' indubbio, però, che fra tutti i movimenti monastici sorti nel pieno Medioevo il più importante sia quello cistercense. Esso trae origine da San Roberto che, già abate di Molesme, al fine di ripristinare una fedele osservanza della Regola benedettina, fondò nel 1098 il monastero di Cîteaux. Le difficoltà iniziali, costituite dal rigore dell'osservanza e dall'ambiente inospitale, furono superate dalla venuta di San Bernardo e di trenta suoi compagni A San Roberto succedettero Sant'Alberico e Santo Stefano Harding, autore della Carta caritatis, testo base della legislazione cistercense. Il programma di tali monaci mirava ad attuare un'osservanza la più letterale possibile della Regola di San Benedetto quanto all'austerità degli abiti e del vitto, alla soppressione delle lunghe preghiere supplementari, alla semplicità degli edifici, all'eliminazione dei possessi che i monaci non avrebbero potuto coltivare senza il ricorso alla mano d'opera estranea. A tale scopo, grande impulso ricevette la categoria dei fratelli conversi. La visita canonica annuale e il capitolo generale erano i due strumenti legislativi mediante i quali si assicurava la fedeltà al programma iniziale. Lungo tutto il secolo XII le fondazioni si accrebbero in misura imprevedibile: alcuni monasteri contavano diverse centinaia di monaci. San Bernardo, da solo, fondò o riformò sessantasei monasteri. La straordinaria fecondità della corrente cistercense, oltre che nell'attività agricola, ebbe modo di esplicarsi specialmente nel campo della spiritualità, in cui all'elemento oggettivo della precedente tradizione benedettina si aggiungeva una più attenta considerazione degli aspetti soggettivi, dei riecheggiamenti interiori, delle vibrazioni dell'anima di fronte ai misteri della fede. Alla corrente di Cîteaux appartiene anche la singolare figura di Gioacchino da Fiore († 1202), che diede vita alla congregazione cistercense "florense". La sua importanza storico-dottrinale consiste nell'aver dato voce a quelle attese escatologiche che erano diffuse nella società contemporanea, sostenendo che dopo l'età del Padre e quella del Figlio, il processo della storia avrebbe condotto all'avvento dell'età dello Spirito Santo, l'età dei monaci e dei contemplativi.
Il Basso Medioevo segna senza dubbio l'inizio di un declino dei centri monastici e ciò a causa di un insieme di fattori istituzionali, economici e culturali, a cui sembrano maggiormente soddisfare i nuovi Ordini mendicanti. Congregazioni monastiche tuttavia, fra '200 e '300, continuano a pullulare un po' dappertutto, come i Silvestrini nelle Marche, i Celestini in Abruzzo, gli Olivetani in Toscana. Fra '300 e '400 i pericoli maggiori sono costituiti, per il mondo monastico, dalla decadenza disciplinare, dall'isolamento, dalla commenda, ossia dall'affidamento dei monasteri stessi a estranei che ne godono le rendite e poco si preoccupano della vita della comunità. Per ovviare a tali inconvenienti sorsero sia su scala regionale sia a livello nazionale dei movimenti monastici tra cui i più importanti sono quelli di Santa Giustina di Padova, di Valladolid in Spagna, di Bursfeld in Germania. Soprattutto il movimento di Santa Giustina rappresentò l'espressione più significativa e feconda della riforma cattolica che, in campo monastico, precorse di un secolo le deliberazioni del Concilio di Trento.
A quell'abbazia padovana, anch'essa in stato di squallida decadenza, era stato inviato come abate il nobile veneziano Ludovico Barbo († 1443), formatosi nei cenacoli spirituali della città della laguna. Il Barbo vi profuse tutte le sue sollecitudini, attirando in quel monastero molti giovani studenti dell'Università padovana. La rinascita divenne così cospicua che si dovettero cercare nuove sedi: in tal modo, numerosi monasteri italiani, che versavano da tempo in condizioni miserande, trovarono, nell'aggregazione al movimento monastico di Santa Giustina, la loro salvezza. La forma adottata era quella federativa, senza alcuna preminenza fra i monasteri, mentre il pericolo della commenda era evitato con la riduzione dell'ufficio abbaziale ad un solo anno: l'autorità, di fatto, era demandata al capitolo generale annuale. La Congregazione di Santa Giustina divenne il punto di riferimento di tutte le Congregazioni monastiche riformate del '400 - '500, rimanendo una Congregazione esclusivamente italiana e assumendo nel 1504, con l'annessione di Montecassino, il nome di Congregazione Cassinese. Il Barbo, divenuto poi vescovo di Treviso, è da ricordare anche per l'impulso dato alla devotio moderna, influendo, anche per tale via, sugli orientamenti della pietà cattolica dell'epoca rinascimentale.
Nell'epoca moderna, tuttavia, il monachesimo benedettino è ormai affiancato da una quantità crescente di altri Ordini religiosi che svolgono, nella vita della Chiesa, le più svariate attività. Il mondo monastico, inoltre, ha avuto particolarmente a soffrire, nel Nord dell'Europa, per le conseguenze della Riforma protestante, con la soppressione di numerosissimi monasteri e la dispersione delle relative comunità. Particolarmente dolorosa, al riguardo, la situazione in Inghilterra e in Germania. Anche nel '500,ad ogni modo, ebbero vita movimenti di riforma come, in ambiente camaldolese, quello promosso dal Beato Paolo Giustiniani († 1528), autore di scritti spirituali la cui importanza è stata rivalutata solo recentemente. Imponente, poi, l'apporto dato dai monasteri al movimento umanistico e rinascimentale nei vari campi delle arti, delle scienze e delle lettere. Anche per la vita monastica considerevoli effetti ebbe la celebrazione del Concilio di Trento (1545-1563) con le sue deliberazioni disciplinari relative ai monasteri: venne stabilito, infatti, che tutti i monasteri maschili dovevano riunirsi in capitoli provinciali e in congregazioni; si fissò un rapporto fra il numero dei membri e le relative rendite economiche; si cercò di porre un freno alla commenda. Sui monasteri femminili, poi, veniva riaffermata l'autorità dei vescovi; suggerito - per motivi di sicurezza - il trasferimento in ambiente cittadino; stabilito che le badesse fossero elette non più a vita ma a triennio. Strumento efficace di tale riforma fu l'impiego dei visitatori apostolici in cui ebbe modo di distinguersi specialmente San Carlo Borromeo.
L'attuazione dei decreti tridentini contribuì senza dubbio ad un rinsaldamento della disciplina, anche se inconvenienti e abusi, specialmente nei monasteri femminili, ebbero modo di persistere. Si accentua sempre più, nel mondo monastico, l'aspetto istituzionale, aulico, accademico, in piena sintonia con gli indirizzi della società e della cultura barocca. Anche le Congregazioni benedettine tendono ad aumentare; tra esse deve essere ricordata, per l'impulso dato agli studi sacri e specialmente alle edizioni dei Padri della Chiesa, la Congregazione francese di San Mauro, o dei "Maurini", fondata nel 1621. Di fatto, l'attività intellettuale è in vigore in quasi tutti i monasteri che divengono meta di studiosi e sono dotati di imponenti biblioteche, pinacoteche, musei. Una simile applicazione così massiccia agli studi non mancò, anzi, di provocare critiche e reazioni in nome di concezioni diverse: è il caso dell'abate Rancé, fondatore dei Trappisti (ramo riformato dell'Ordine di Cîteaux), che sostenne in proposito una polemica col più illustre rappresentante dei Maurini, Giovanni Mabillon. Un'espansione molto più limitata, dovuta alla peculiarità della sua origine, ebbe laCongregazione dei Mechitaristi, fondata nel '700 dal venerabile Pietro Mechitar, un armeno che, dopo un tentativo di fondazione a Costantinopoli, si era trasferito a Venezia, all'isola di San Lazzaro, adottando la Regola di San Benedetto. I Mechitaristi hanno dato vita, in Occidente, ad un attivissimo focolaio di cultura e spiritualità armena, prendendosi cura dei numerosi loro connazionali sparsi in Europa.
Nel '700 molti monasteri prendono parte attiva anche alle dispute dottrinali allora dibattute nella società e nella Chiesa, prima fra tutte quella del Giansenismo, mentre più difficile è valutare l'apporto alle vere e proprie correnti di spiritualità, perché molto è andato perduto o rimane ancora inedito. Nei monasteri femminili, poi, singolari figure di religiose vivevano a volte un'intensa esperienza spirituale pur in un'atmosfera di devozionalismo che rivelava il distacco dalla grande tradizione monastica.
Dopo alcune avvisaglie però, costituite dalle soppressioni decretate dai vari governi settecenteschi, la Rivoluzione francese soppresse e disperse quasi tutte le comunità monastiche incontrate sulla propria strada. In tal modo, oltre ai religiosi, andò disperso un ingente patrimonio storico, artistico, spirituale. Questo processo di confische, incameramenti, vessazioni sembra avere proprio nella persona di un monaco, Gregorio Barnaba Chiaramonti dell'abbazia di Cesena, la sua vittima più illustre e significativa. Il Chiaramonti, infatti, divenne papa col nome di Pio VII nel conclave tenuto nel monastero di San Giorgio Maggiore di Venezia: in mezzo al turbine devastatore che aveva travolto quasi tutte le istituzioni monastiche solo la sua figura pareva rappresentare, pur tra le umiliazioni subite ad opera di Napoleone, un motivo di speranza per l'avvenire.
La Restaurazione dell'epoca post-napoleonica
portò alla rinascita e alla riorganizzazione, più o meno rapida e riuscita, di diverse Congregazioni e comunità monastiche. Vi influì anche il clima della cultura generale del tempo che, sotto l'influsso del Romanticismo, esaltava le epoche e le istituzioni della cristianità medievale tra cui, appunto, il monachesimo. Tale rinascita acquistò caratteri particolarmente significativi in Francia. Ivi, infatti, un sacerdote secolare della diocesi di Le Mans, Prospero Guéranger († 1875), sognava una rinascita della vita monastica in quel Paese, da cui essa era totalmente scomparsa, e a tale scopo aveva riscattato il monastero di Solesmes e vi si era stabilito con alcuni discepoli. Il Guéranger emise la professione monastica nell'abbazia romana di San Paolo (1837), ricevendo appoggio dal papa Gregorio XVI, camaldolese. L'espansione fu lenta ma sicura: ne nacque una nuova Congregazione ("solesmense"), nota per l'impulso dato agli studi sulla tradizione del canto gregoriano e, remotamente, ai primordi dell'odierno movimento liturgico. E Guéranger compose a tale scopo varie opere, tra cui L'Année liturgique, che conobbero un grande successo. All'opera del restauratore di Solesmes si ispirarono anche altri fondatori di Congregazioni benedettine nell'800, in primo luogo i fratelli Mauro e Placido Wolter, fondatori della Congregazione di Beuron, in Germania, che a sua volta fondò diversi monasteri in varie nazioni d'Europa e si interessò anche della ripresa dell'antica Congregazione benedettina brasiliana. Alla fine dei secolo XIX veniva fondata anche la Congregazione tedesca di Sant'Ottilia per le missioni in Africa e in Asia.
In questi ultimi casi si trattava di fondazioni completamente nuove. Ma esistevano anche altre situazioni che parevano esigere la riforma di istituzioni già esistenti. E' il caso, in Italia, della Congregazione Cassinese, di cui promosse un movimento di riforma l'abate Pier Francesco Casaretto, dando vita ad una Congregazione (poi internazionale), denominata Congregazione Cassinese "della primitiva osservanza", successivamente "sublacense". L'estensione però a vari Paesi e continenti e l'annessione di monasteri già dotati di proprie tradizioni non permise che si mantenesse un'effettiva unità di osservanza. Va inoltre aggiunto che la situazione era resa più complessa e dolorosa dalle nuove soppressioni decretate nel 1855 e 1866 dal governo italiano, soppressioni che posero le nuove e antiche comunità in condizioni di grave incertezza per il proprio avvenire. Un fatto del tutto nuovo fu invece la larga penetrazione della vita benedettina negli Stati Uniti d'America. Fin dai primi decenni dell'800 vi erano giunti i Trappisti francesi guidati dal padre Agostino de Lestrange. Poco dopo era la volta dei Benedettini bavaresi e di quelli svizzeri, con lo scopo di assistere i rispettivi connazionali emigrati nel Nuovo Mondo: ne deriveranno due fiorenti Congregazioni benedettine profondamente radicate nella società e nella Chiesa statunitense. Quasi contemporaneamente, la vita benedettina veniva impiantata in Australia, con la fondazione dell'abbazia di Nuova Norcia.
Gli ultimi decenni del secolo XIX segnarono per tutte le famiglie benedettine un generale moto di ripresa. L'occasione fu offerta dalla celebrazione del XIV centenario della nascita di San Benedetto (1880), circostanza in cui tutti gli abati del mondo si radunarono per la prima volta a Montecassino. Dall'incontro nacquero importanti iniziative: la fondazione, a Roma, del Collegio internazionale di Sant'Anselmo sull'Aventino, e, poi, la istituzione della Confederazione Benedettina governata da un Abate Primate (1893). Ciò si dovette anche al fattivo interessamento di Leone XIII che nell'anno precedente aveva riunito in un solo Ordine le tre Congregazioni di Trappisti allora esistenti. Questi avvenimenti conferirono un nuovo slancio a tutto l'Ordine benedettino che si riconosceva ormai nella recente, grande Confederazione, nella quale però le diverse Congregazioni monastiche, pur aderendovi, conservavano la loro piena autonomia e fisionomia. Dai 2000 monaci benedettini del 1880 si passò a 6500 nel 1910 fino a raggiungere la cifra massima di 11400 nel 1955. Anche le Benedettine - divise nei due rami di monache e suore - hanno conosciuto una notevole fioritura.
Naturalmente le due guerre mondiali sono state foriere di gravi danni di cui può essere considerata come simbolo la distruzione di Montecassino nel febbraio 1944. Nel nostro secolo, in ogni caso, il monachesimo benedettino ha raggiunto un'espansione veramente mondiale, contribuendo alla rinascita religiosa e alla celebrazione del Concilio Vaticano II mediante l'apporto al movimento liturgico, biblico, patristico, ecumenico di cui i monasteri benedettini sono stati dei focolai particolarmente attivi. Le varie abbazie europee ed americane hanno infatti recato a tali movimenti un significativo contributo, accanto al compito di tenere sempre viva, nella società di oggi, quella ricerca di Dio che la Regola di San Benedetto indica come missione primaria della vita monastica.
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