mercoledì 13 ottobre 2010

Intervista alle Benedettine di San Magno



Tutte le esperienze monastiche presenti in Italia e nella maggior parte dell'Europa cattolica, traggono origine da San Benedetto da Norcia, che a cavallo del V e il VI secolo diede il via al monachesimo occidentale  organizzando una forma di vita in cui si è chiamati a vivere all'interno di comunità sotto una regola e un abate secondo la celebre formula ora et labora che alterna preghiera e lavoro.
Nel corso dei secoli sono stati molti gli ordini monastici che hanno riformato la regola benedettina,  come cistercensi, camaldolesi o certosini, mentre altri, come carmelitane e clarisse, hanno ripreso la forma di vita benedettina pur avendo storie, carismi e regole proprie.
Le monache benedettine come quelle del monastero di San Magno ad Amelia, quindi, sono invece le eredi dirette' di San Benedetto, avendo mantenuto inalterata la regola scritta dal santo umbro, proclamato patrono d'Europa proprio per l'universalità della sua spiritualità.
La storia del monastero di Amelia, in cui vivono attualmente 7 donne, affonda le sue radici nel 1200, e sin dalla sua fondazione è stato legato all'Abbazia di San Paolo Fuori le Mura di Roma, in cui hanno vissuto figure importanti per la storia della Chiesa come Giovanni Franzoni, Placido Riccardi e il cardinale di Milano Ildefonso Shuster: questi ultimi due, entrambi beati, hanno lasciato tracce della loro opera nello stesso monastero di San Magno.
Placido Riccardi , in particolare - che era di Trevi e fu maestro dello stesso Schuster - dal 1884 al 1894 ebbe l'incarico come vicario presso il monastero amerino, dove si distinse per il fervore che seppe infondere nell'illuminare le menti e nel difendere la disciplina monastica.

La vostra Regola è stata scritta 1500 anni fa. Non è un po' superata?
"No, perché la Regola Benedettina è più che una norma giuridica: è l'esortazione che un padre affettuoso rivolge al proprio figlio, è l'istruzione di un "Maestro buono" che va in aiuto del suo discepolo in ricerca della vera vita. E' una regola immersa nelle Sacre Scritture. Ogni volta che la rileggiamo la riscopriamo nella sua attualità, perché è rivolta alla singola persona, alla sua crescita e alla sua piena realizzazione umana e spirituale, affinché diventi una vera donna o un vero uomo interiormente unificati. 
Quello che contraddistingue San Benedetto rispetto agli altri santi suoi contemporanei è il suo equilibrio. Benedetto conosce così bene il cuore dell'uomo da considerarne tutti gli aspetti che impediscono al discepolo di essere veramente libero. A lui non interessa né una penitenza esasperata né un'esaltazione mistica, interessano persone che siano adulte nella fede. L'attualità della Regola Benedettina sta proprio in questa comprensione del cuore dell'uomo che è poi l'uomo di ogni tempo".

Quale è il carisma che caratterizza il vostro ordine?
"San Benedetto parla del Monastero come "scuola del servizio divino" ed è proprio questo il carisma che ci è stato affidato. Siamo segno della Chiesa, vergine e sposa, che senza interruzione immola a Dio suppliche, lodi e benedizioni, anticipando un pochino il regno dei cieli".

Perché la clausura?
"Innanzitutto bisogna fare una premessa storica: la clausura come è intesa oggi, con le grate e il resto, nasce alla fine del medioevo per proteggere - a volte, purtroppo, per costringere - le donne, ed è soprattutto il carisma carmelitano a darle particolare valore. Il monachesimo benedettino non nasce, quindi, "di clausura". Le monache, come i monaci fanno invece voto di stabilità, cioè di vivere nel monastero, e sempre nello stesso".

Perché?
"Uscire, andare in giro per il mondo significa un po' anche disperdersi. Questo non significa certo che chi è dentro è buono e chi è fuori è cattivo, ma il nostro è un carisma contemplativo, di lode a Dio dentro le mura. D'altra parte anche Adamo viveva dentro un giardino, bellissimoma delimitato. E anche Mosé e Gesù per incontrare Dio salgono su un monte, in un luogo appartato. E il profeta Osea scrive "l'attirerò a me, la condurrò nel deserto".

Torniamo alla clausura...
"In quest'ottica anche la clausura diventa segno e strumento necessario per una custodia del cuore e della mente, perché tutto di noi stessi sia alla ricerca di Dio. Vivere in clausura è il mezzo per ricordarci che viviamo nel mondo, ma non siamo di questo mondo, è l'esperienza di chi porta nel cuore le ansie e le ferite, le gioie e i dolori, i combattimenti di ogni fratello e sorella. Ma non li porta perché li vede negli altri leggendolo nei giornali o ascoltando in parlatorio. Li porta nel cuore perché li vive nella propria carne. E' nella clausura e nel silenzio  che siamo aiutate a invocare Dio perché ci mostri e ci doni di compiere la sua volontà in ogni esperienza. Diceva un Padre che essere monaca significa entrare nell'inferno della vita di ogni uomo e portare in esso l'esperienza della resurrezione".

Quali rapporti avete con il mondo esterno?
"E' l'esperienza del Mistero pasquale che viviamo, nella nostra vita a determinare il nostro rapporto con il mondo e che ci permette di dire ai fratelli che bussano alla nostra porta "Dio è tuo padre e ti ama perché ama e salva anche me".

Come è la vostra vita quotidiana?
"La nostra giornata inizia con la preghiera, e il primo gesto - bellissimo - di questo tempo è il segno di croce sulle labbra con l'invocazione a Dio di aprire lui stesso al nostra bocca, perché la preghiera diventi il primo dono del giorno. Fino a quel momento, manteniamo quindi il 'sacro silenzio'. La preghiera comunitaria continua poi per altre 6 volte durante la giornata ed è alternata da lavoro, lectio divina, ricreazione e riposo. In monastero davvero è difficile annoiarsi!".

Come si sceglie di diventare monaca benedettina?
"Noi non abbiamo scelto di diventare monache, abbiamo solo risposto a chi ci ha invitate a "gustare e vedere quanto è buono il Signore". Lui ci ha scelte e solo dopo aver gustato l'amore di Gesù Cristo e la forza dello Spirito Santo possiamo noi scegliere. Ma anche scegliere è dono".

Quale è la cosa più difficile e quella più bella della vostra vita?
"Un salmo può rispondere ad entrambe le domande: "Ecco quanto è bello e gioioso che i fratelli vivano insieme".
Certamente la vita fraterna è l'esperienza più difficile. Vivere la comunione vera fra noi, la vera carità, è la bellezza che viene costantemente minata da quelle ferite del cuore (che poi sono i nostri peccati) di cui parlavamo prima. E' difficile amarsi con chi si sceglie, figuriamoci con chi ti è "capitato accanto" e che porta con noi, una cultura, un'età, un mondo interiore totalmente diverso dal tuo.
Ma proprio qui si mostra la potenza di Gesù Cristo: è lui che ricostruisce la comunione, che ci permette di perdonare, di pazientare e che fa ritornare ad essere come un solo corpo nelle pace e nella gioia".

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